Lunedì, 15 Giugno 2015 12:22

Il parlar napoletano pittoresco e musicale. di Carlo Fedele

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© Maria di Pietro © Maria di Pietro

Quando si viene a Napoli, conoscere un minimo di quella pittoresca parlata locale vi apre scenari assolutamente unici 

 

 

per dare un pizzico di fantasia in più al vostro soggiorno, oltre la "solita" bellezza dei luoghi e oltre i "soliti" autentici capolavori artistici famosi in tutto il pianeta.

Solito ovviamente si fa per dire... Quello che invece non è assolutamente solita è "l'invenzione" di modi di dire en passant, accidentali, fatti sul momento, espressioni non catalogabili. Invenzioni che rendono questa vera e propria lingua sempre affascinante e musicale.

Gli esempi da portarvi sono innumerevoli, visto, come si è detto, la facilità e l'estemporaneità di queste espressioni.

Proverò a citarvene alcune tra le più conosciute, "già fatte" insomma, perché elencarle tutte riempirebbero un blog intero...

" Tiene 'a capa sulo pe' spàrtere 'e recchie". La testa solo per dividere le due orecchie, per il resto sei uno che non pensa, non ragiona... E sempre in tema di... testa 

"'A capa è 'na sfoglia 'e cepolla", un meccanismo, quello del cervello, sì complesso ma debole e sottile proprio come la buccia di una cipolla: basta poco per asportarla ovvero basta poco per andare fuori di testa.

"Tene' 'a neva 'int' 'a sacca", andare di fretta, come avere la neve in tasca che se non ci si sbriga si scioglie... 

"Mantenè 'o carro p''a scesa", mantenere un carro su di una discesa, per evitare che questi scivoli via, comporta fatica. Com’è faticoso ma necessario a volte essere diplomatici...

"Si 'o carro nun se dogne, nun cammina" è la bustarella, il pizzo, la tangente, la corruzione. Infatti, basta ungere le ruote del carro per farlo camminare o per ottenere a volte servizi che sarebbero nostro diritto avere...

"'A nave cammina e 'a fava se coce"... La nave va e la fava si cuoce. Fatti che si concretizzerebbero semplicemente attendendo...  Come quelle secche scelte per le loro possibilità di conservazione degli emigranti che in nave (lente ed a vapore) raggiungevano le Americhe. Sulla caldaia del propulsore a vapore si cuocevano le fave, mentre la nave andava, appunto per fatti suoi.

"Damme o canzo", come dire dammi il tempo, l'opportunità' e l'occasione di fare qualcosa. Dal greco Kàmpto'.                                      

"'A cca' 'a pezza e 'a cca' 'o sapone" sta per "qui non si fa credito". Se non mi dai la pezza (il denaro) io non ti do il sapone (la merce).

"Tiene 'e recchie 'e pulicano", avere un ottimo udito. Il riferimento è all'udito del pellicano perché questo volatile riesce a sentire il pigolio dei suoi piccoli nel nido anche a grandissima distanza. 

"Pare 'a mosca dinto 'o viscuvato"... immaginate un piatto abbastanza grande contenente pochissimo cibo... Una mosca (piccola) nel Vescovado (la Chiesa più grande).

"Si nu cuopp'allesse", una donna dalle forme sgraziate tale da paragonarla al "cuoppo" (il coppetto) che si fa con un foglio di giornale e con cui s’incartano le castagne lesse. Le castagne bagnano il foglio facendolo deformare. 

"Zompa 'o cetrullo e va 'ncul' 'o parulano"... il cetriolo scappato di mano dove va a finire? Nell'ano del contadino, il più piccolo della catena di distribuzione, quello che guadagna di meno e su cui ricadono tutte le colpe.

"Lietto astritto, cuccate mmiezo"...  Questo detto è un invito a adattarsi nei casi di necessità. Se c'è posto per due nel letto matrimoniale (o in casa) ci sarà posto anche per tre se necessario.

"'e 'a passà nu guaje niro miez'e cosce"... Devi passare un brutto guaio nelle parti basse. Una bestemmia con l'augurio di non poter usare più il ****...

"Cheste so' fessarie 'e café"... Inutili e futili discussioni che si svolgono seduti ad un tavolino di un bar, mentre si sorbisce un caffè. Discussioni che da inutili potrebbero diventare serie tanto da compromettere amicizie o affari.

Quante e quante altre ancora... Vi lascio, cari lettori non avvezzi alla nostra parlata, con una serie di vocaboli con i quali s’indicavano, una volta, oggetti appena conosciuti senza saperne il nome. Anche qui la fantasia è al potere come leggerete:

- "'o tale e quale" (lo specchio)

- "'a tale e quale (la fotografia)

- "'o tram a muro (l'ascensore)

- "'o cappotto 'e lignamme" (la bara), lignamme per legname.

- "'o janco e 'o niro" (il pianoforte), il bianco ed il nero

- "'o cap' 'e fierro (il tram), guardandolo davanti, pare avere una testa ed ovviamente di ferro.

Volete ancora altre espressioni colorite? Vi accontento, ma sono le ultime, altrimenti il post diventerebbe lungo chilometri!

"Miette 'a jonta", metti una pezza per chiudere un buco o aggiungi un pezzo per arrotondare il peso, "jonta" come aggiunta.

"Mo' te faccio nu liscebbùsso" ovvero una solenne bastonatura, espressione derivante dal gioco di carte della briscola.

"Pierde 'o ciato!" ovvero, fai silenzio, perdi financo il respiro!

"M'è accise 'a salute!"... Mi hai tolto la salute, mi hai ucciso, mi stai stressando!

"M''e abbuffato 'a guallera!" Mi hai provocato un gonfiore tra gli arti inferiori... mi hai scocciato!

"Attiento cà ce stanno 'e carte janche!" Fai attenzione nel parlare o nel fare, ci sono i bambini, anime bianche, candide.

"Chi me vo' male, adda fà 'e piere fridde e 'a folla attuorno 'o lietto"...  Chi mi vuol male deve avere i piedi freddi e la folla intorno al letto. Insomma, deve morire!

Penso che così sia abbastanza, tanto da farvi capire la fantasia che è del napoletano espressa in linguaggio. Vi consiglio, a chiosa finale, di non volermi male neanche un po' per aver postato quest’articolo, altrimenti sarei costretto a ripetere l'ultima frase, quella dei piedi freddi e della folla attorno... Sono sicuro, a doppia ragione, che non me ne volete...

 

 

 

 

di Carlo Fedele

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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