Giovedì, 23 Aprile 2015 10:04

Sulo a Napule ‘o sanno ffà… di Carlo Fedele

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Se per Charles Maurice de Talleyrand, principe di Benevento nominato da Napoleone, un buon caffè doveva avere quattro qualità: «nero come il diavolo, caldo come l'inferno, puro come un angelo e dolce come l'amore...»

 

 

 

 

, a Napoli le qualità del caffè sono tre, che si racchiudono nelle famose tre C edulcorate: «caldo, carico e comodo», o, meglio ancora, nell'espressione dialettale un po' volgare ma efficace: «Comme cazzo coce!».

A Napoli si vive quasi in simbiosi con il caffè, non se ne può fare a meno, bisogna sorbirlo più di una volta durante la giornata. Il caffè per molti napoletani è considerato il simbolo dell’amicizia. Se incontri per strada un amico, un semplice conoscente... "Pigliammece nu cafè", è generalmente la frase che segue i primi convenevoli...

Una pausa lavoro? "Vaco a me piglià nu cafè". Una visita a casa? "Mo' ce facimme nu bellu cafè"... Per noi (si capisce che sono napoletano?) il caffè è come il fumatore con la sigaretta: Nervoso? Una bella tazzina di caffè per rilassarsi. Rilassato? Una bella tazzina di caffè per assaporare meglio il momento di pace. 

Il caffè, eternamente presente nel pensiero partenopeo, dalla sveglia all'incontro con il sonno, perché a Napoli il caffè si beve anche prima di coricarsi, dopo cena... "Nu surzillo 'e cafè e po' me vaco a cuccà"... Contrariamente al "comune pensiero"... a Napoli 'o cafè concilia il nostro sonno...

Una volta il caffè era preparato in maniera molto lenta ed usando esclusivamente la caffettiera "napoletana" a caduta d’acqua dopo aver tostato i chicchi di caffè in uno speciale tubo metallico, l'abbrustulaturo, che veniva fatto girare come uno spiedo sulle carbonelle infuocate.

Poi, una volta raggiunto il tipico colore "a tonaca di monaco", il caffè ancora caldo veniva macinato e versato nello specifico filtro della "napoletana" per la preparazione finale.

Qualcuno (vedi Eduardo de Filippo in "Questi fantasmi") metteva sul beccuccio della caffettiera un "coppetiello" (un piccolo cappuccio di carta oleata) per non disperdere nell'aria l'aroma del caffè bollente.

E sempre tantissimi anni fa, qui andiamo nella preistoria, però, nelle strade girava il Caffettiere ambulante provvisto di due «tremmoni» (contenitori) uno pieno di caffè, l'altro di latte, e di un cesto con tazze e zucchero. Nel silenzio dei vicoli, di prima mattina o di sera sul tardi, echeggiava una voce invitante: «'O latte te l'aggio fatto doce doce. 'O caffettiere cammina, Nicò». Ora vi chiederete chi sarà questo "Nicò". Eheheheheheh... Nicola era il santo del giorno ed il caffettiere lo ricordava ai suoi clienti, il nome cambiava ogni giorno secondo il calendario liturgico.

Il caffettiere forniva così un servizio in più ai suoi clienti (e anche ai passanti), per i quali questo "ricordo" era spesso importante per supplire ad una dimenticanza, e per evitare una brutta figura con il parente (o l'amico) che festeggiava l'onomastico...

Oggi al massimo possiamo incontrare il ragazzo del bar che porta il caffè a destinazione, ma già conosce il nome del cliente da servire, è mandato apposta, salvo che nei luoghi affollati per una qualsiasi circostanza, dove il barista ambulante cerca di vendere la sua mercanzia prima che si freddi, altrimenti è... ciofeca. 

Musicisti, autori, attori, pittori hanno almeno una volta nella loro vita fatto riferimento, immortalandola nelle loro opere, "‘a tazzulella ‘e café".

Da Capaldo e Fassone nella canzone classica:

"Ma cu sti mode, oje Bríggeta,

tazza 'e café parite:

sotto tenite 'o zzuccaro,

e 'ncoppa, amara site...

Ma i' tanto ch'aggi''a vutá,

e tanto ch'aggi''a girá...

ca 'o ddoce 'e sott''a tazza,

fin'a 'mmocca mm'ha da arrivá!".

Da Domenico Modugno parecchi anni dopo:

"Ah, che bellu cafè,

sulo a Napule 'o sanno fa'

e nisciuno se spiega pecché

è 'na vera specialità!

'na tazza, poi 'n'ata, s'accatta, se scarfa,

se beve 'o cafè".

Canzone ripresa nel ritornello da Fabrizio de André in "Don Raffae'".

Per finire col mitico Pino Daniele:

" Na’ tazzulella 'e cafè / e mai niente ce fanno sapè / nuje cè puzzammo 'e famme, 'o sanno tutte quante / ca stammo chine 'e sbaglie / 'ca loro fanne sulo ‘nmbruoglie"...

Ma davvero non lo sentite l'aroma di caffè che si sprigiona qui dalla mia scrivania, mentre sto scrivendo questo pezzo? E' la tazzulella 'e cafè che accompagna le mie "fatiche" al computer, immancabile!

Potessi, vi lascerei il famoso caffè sospeso, un'abitudine filantropica e solidale, un tempo viva nella tradizione sociale napoletana, posta in essere dagli avventori dei bar di Napoli mediante il dono della consumazione di una tazzina di caffè espresso a beneficio di uno sconosciuto, generalmente povero in canna che non poteva permetterselo.

Esiste una "Rete del Caffè Sospeso" che ha istituito la "Giornata del Caffè Sospeso" con l'appoggio di diverse associazioni culturali.

Se passate dalle nostre parti quel giorno, chiedetelo pure in un qualsiasi bar di Napoli. Fate pure il nome mio, anche se ovviamente un caffè ve lo potete permettere. 

Mi pare di avervelo già detto: Il caffè per molti napoletani è considerato il simbolo dell’amicizia, amici miei.

 

di Carlo Fedele

 

Letto 1759 volte Ultima modifica il Giovedì, 30 Aprile 2015 09:34

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