Giovedì, 07 Maggio 2015 11:22

STORIA DELLE “FRESELLE” di Carlo Fedele

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© Laura Guarino © Laura Guarino

"Getta il tuo pane nell’acqua, perché dopo molto tempo lo ritroverai" (L’Ecclesiaste, 11,1, La Bibbia). 

La fresella altro non è che una fetta di pane messa nuovamente nel forno e quindi due volte cotta. 

Se è spugnata con un po’ d’acqua ecco che, dopo un po' di tempo, ritorna pronta all’uso.

Fresella deriva probabilmente dal latino "frendere", che vuol dire macinare, pestare, stritolare. Plinio usava questo verbo nell’accezione di ridurre in piccoli pezzi e da questa stessa radice proviene l’aggettivo friabile.  E' esattamente questo il destino della croccante e ruvida fresella: più o meno ammorbidita nell’acqua o negli altri liquidi, è sminuzzata senza alcun riguardo.

Altri studiosi dell'etimologia ci portano allo spagnolo "frisoles", che vuol dire fagioli ed, infatti, dei tanti usi "storici" della fresella quello di bagnarla nell'acqua dei fagioli ci sta.

La fresella è un cibo povero. Nel senso di adatto ai poveri, perché costa poco (ndr: oggi è difficile con tanta crisi, parlare di cibo che costa poco, ma questo è un altro discorso...).

La "morte" sua? Cos’altra se non la caponata? Fresella, olio extravergine, pomodoro e un pizzico di sale. Si possono poi aggiungere l’acciuga e le olive verdi.

Della sua presenza nel sud d’Italia ci sono testimonianze già dal 1300.

A Napoli le freselle venivano un tempo vendute dal tarallaro, che per le strade della città si portava appresso anche un po’ di freselle nella cesta coperta da un panno di lana.

Intorno al 1870 si era soliti ascoltare il grido del tarallaro: "Pe' ve scarfà lo stommaco in chesta piattella, cotiche cu freselle ognuno sta a magnà!".

Cibo per lo stomaco del popolo ma nei dizionari italiani il nome fresella spesso non compare, se non in quelli gastronomici; e proprio in dialetto la citano due grandi della poesia napoletana, Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo. Per i napoletani, l’uso del termine fresella qualche volta coincide con le percosse ("e mazzate") e qualche volta maliziosamente con l’organo sessuale femminile ("Chella guagliona tene 'na bella fresella...")...

La fresella è anche cibo da associare alla pratica marinaresca. La sua asciuttezza le rende resistente al tempo e alla distanza: trattandosi di pane già secco in partenza, non può, infatti, diventare secca. E soprattutto, non va a male. Ragion per cui, i marinai, costretti a lunghi mesi di navigazione senza toccare terra, se ne portavano appresso quantità ragguardevoli. Se la mangiavano sul mare ma anche con il mare, spugnandola, in pratica, in un poco d’acqua salata in modo da ammorbidirla e salarla al punto giusto.

In effetti, le classiche gallette, ultima risorsa alimentare in condizioni di emergenza, sono strette parenti della fresella. E col mare la fresella va d'accordissimo: provate a spugnarla con il brodo di polipo...

Per coloro che non l'hanno mai assaggiata sgombriamo subito l'equivoco del sapore: la fresella, da sola, non ne ha! La fresella è priva di tutto, anche di grassi, il che la rende perfetta per le diete.

Per finire, ad un napoletano non chiedete mai se gli "piace 'a fresella"... La risposta, tra le righe, ve l'ho già data...

 

di Carlo Fedele

 

Letto 835 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Maggio 2015 11:30

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